Futures per i cereali: i pro e i contro

Da quando in Ue sono entrati in vigore gli aiuti disaccoppiati, gli operatori agricoli del Vecchio Continente stanno cercando di rimediare all\'instabiltà dei prezzi dei cereali tramite i contratti a termine.

E’ dalla scorsa estate, precisamente da quando la Russia è stata colpita da una grande siccità, che i prezzi del grano stanno continuando a salire inesorabilmente. Dopo questa prima catastrofe, infatti, ne sono seguite molte altre, come le alluvioni in Australia e le rivolte in Egitto. Tutto ciò ha portato ad una grande instabilità nel mercato dei cereali: quello agricolo, infatti, è uno dei settori più pericolosi nei quali investire economicamente, proprio perchè l’imprevedibilità della natura non permette mai di avere la situazione del tutto sotto controllo, generando un elevato rischio di sbagliare i propri investimenti, con l’ovvia conseguenza di contrarre dei debiti. Le imprese cerealicole sono così entrate in profonda difficoltà proprio a causa dell’elevato rischio di mercato che si sono trovate ad affrontare. Ma, per fortuna, esistono delle strategie per cercare di limitare il più possibile le proprie perdite economiche.

Innanzitutto, va ricordato che in caso di calamità eccezionali ad intervenire ci sono spesso gli enti pubblici e le assicurazioni. Tuttavia, l’agricoltore può prevenire ulteriormente i danni stipulando dei contratti con i fornitori dei mezzi tecnici e con l’industria di trasformazione, in modo da decidere il prezzo da pagare in base a varie caratteristiche del prodotto, che emergono solo dopo la coltivazione. Ma dato che gli accordi tra le parti sono spesso molto difficili da trovare, ci si può affidare a strumenti più evoluti come i derivati finanziari, una categoria che comprende varie strategie che si rifanno ai contratti a termine, detti anche "futures". A differenza degli accordi tra agricoltore e industriale o fornitore di mezzi, i futures sono standardizzati e stipulabili su piazze pubbliche e ufficiali, le quali definiscono in maniera uniforme la data di consegna di una merce, la quantità, la qualità e il prezzo; il tutto tenendo anche conto del luogo di origine della merce stessa.

In parole semplici, l’acquisto di un contratto a termine non implica l’acquisto della merce, bensì l’obbligo di acquistarla solo se rispetta gli elementi spiegati in precedenza, e analogamente la vendita di un contratto a termine implica l’obbligo di vendere la merce rispettando le medesime caratteristiche. Questi contratti vengono stipulati non direttamente tra due privati, ma tra il singolo privato (venditore o acquirente di prodotti agricoli) e l’ente che gestisce il mercato, chiamato in gergo economico "clearing house". Purtroppo, solo in pochi casi – circa il 5% del totale – i futures generano una consegna fisica del materiale: la maggior parte delle volte, infatti, il soggetto obbligato rimedia alla sua posizione tramite l’operazione opposta a quella compiuta (vende il contratto se lo ha acquistato, o viceversa), azione possibile solo entro la data di scadenza del contratto stesso. Questo genera una perdita o un profitto a seconda della differenza tra i due prezzi, che però viene sempre compensata dalla clearing house, anche se non sempre in maniera perfetta: ciò dipende infatti dalla qualità e dalla quantità del raccolto realmente venduto. In ogni caso, i futures sono effettivamente in grado di eliminare il rischio di mercato provocato dalla grande volatilità dei prezzi dei cereali.

In Europa, al contrario del Nord America che poteva vantare questa pratica già nel 1850, i futures sui prodotti agricoli non sono ancora molto diffusi: questo perchè la politica agricola portata avanti nel Vecchio Continente li ha sempre resi superflui, dato che gli agricoltori hanno sempre potuto contare sui prezzi garantiti dall’Ue, più volte cambiati nel criterio di erogazione, ma sempre presenti fino al 2005. Da quest’ultimo anno, a causa dell’entrata in vigore degli aiuti disaccoppiati dalle produzioni, i prezzi dei cereali hanno cominciato a ballare, e il numero dei contratti futures è cresciuto in modo esponenziale (ad esempio, del +120% solo nei primi dieci mesi del 2010 secondo i dati di Matif-Euronext). E così, se negli Usa esistevano già tre mercati (Chicago board of trade, Kansas city board of trade, Minneapolis grain exchange), in Europa ne è finalmente nato uno, il Marché à terme international de France, situato a Parigi e per ora l’unico in tutto il Vecchio Continente.

Ma per ora sembra che gli italiani non siano ancora pronti per entrare nel mercato dei futures dei cereali: se non bastasse il triste fenomeno delle elevate speculazioni, che comunque coinvolge tutte le clearing houses, le aziende agricole del nostro paese hanno infatti un ulteriore problema naturale, ovvero quello delle piccole dimensioni, le quali non permettono loro di avere la forza necessaria per entrare nel mercato borsistico agricolo. Sarà forse necessario effettuare delle aggregazioni aziendali o organizzative per rimediare all’instabilità dei mercati? Per ora, sembra che nessun operatore italiano ci abbia ancora pensato.

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