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Trebbie di birra, un mangime alternativo

Una guida all'utilizzo di questo efficace residuo dell'orzo germinato, che ha un ottimo effetto proteico, galattogeno e probiotico sulle vacche.

agricoltura

di Patrizio Spadanuda

Nel settore zootecnico l'orzo riveste un ruolo importante per quel che riguarda l'alimentazione del bestiame. Nelle razioni, a seconda della specie di orzo (trattasi di orzo monodistico o polidistico), esso può essere somministrato nelle forme di granella, insilato o trebbie di birra.

Il mangime più diffuso: la granella di orzo

Per quel che riguarda la granella di orzo, iniziamo dicendo che quest'ultima, assieme al mais, è il cereale più utilizzato per la produzione di mangimi; infatti questa granella ben si presta all'alimentazione dei mono e poligastrici. Il suo valore energetico è preso come unità di misura dell'energia: una unità foraggera (U.F.) corrisponde al valore energetico di un chilo di orzo. La cariosside è generalmente vestita, anche se esistono varietà nude. Il pericarpo rappresenta il 10-15% della cariosside. La frattura è farinosa con percentuale più alta di amido e più bassa di proteine nelle varietà distiche. Il peso specifico della granella è compreso in genere fra 60 e 70 Kg/hl. Le caratteristiche chimico-nutritive di questo importante cereale sono le seguenti:

Sostanza secca 87,5%
Proteina grezza 9,4%
Proteina digeribile 6,6%
Fibra 3,9%
Estratti inazotati 67,8%
Ceneri 2,5%

 

Trebbie di birra: un mangime alternativo ed efficace

Le trebbie di birra sono ciò che resta del residuo dell’estrazione a caldo dell’orzo germinato, e sono gli involucri esterni della granella e di altre sostanze nutritive che non hanno subìto la solubilizzazione nel processo di germinazione o ammortamento. Contengono inoltre una certa quantità di amido, oltre alla quasi totalità delle proteine del cereale impiegato.

Da sempre le trebbie di birra sono considerate un ottimo alimento per il bestiame; ma hanno il grosso problema della conservabilità. Quindi, se usate fresche, devono essere utilizzate nel giro di pochi giorni. Esiste però una valida alternativa all’utilizzo del prodotto fresco, che è l’insilamento. Questo permette di conservare il prodotto per mesi in un’ottimo stato di conservazione.

Essendo le trebbie un prodotto ricco di proteina ma povero di zuccheri, al fine di ottenere un buon insilato si deve aggiungere alle trebbie un 7/8% di fettucce di barbabietola o un 10% di farina di mais. Così facendo si aumenta la sostanza secca di un 20% circa, e il pH, che normalmente nelle trebbie è del 5% circa, si abbassa a valori adatti alla conservabilità intorno al 4%. A questo tenore di pH sono evitate le fermentazioni butirriche a favore delle lattiche, garantendo così la conservabilità del prodotto sia in cumulo che in trincea che nel saccone tramite “rotopres”.

Tra l’aggiunta di farina di mais o di fettucce di bietola sono da preferire queste ultime per la loro grande capacita di assorbire i liquidi, che talvolta nelle trebbie fresche sono in eccesso.

L’impiego di trebbie di birra sia fresche che insilate si aggira intorno ai 7-8 kg capo/giorno. Oltre che essere un buon apporto proteico nella razione, sulle vacche da latte si è riscontrato un buon effetto galattogeno e probiotico con la stimolazione dell’ingestione di sostanza secca.

Le trebbie di birra fresche, come escono dalla fabbrica, hanno una composizione analitica abbastanza costante, malgrado la differenze dei cereali impiegati, alle quali si è già fatto cenno. Maggiori risultano invece le differenze dei valori riscontrati nel prodotto dopo una conservazione più o meno lunga. Le caratteristiche chimico nutrizionali riferito al prodotto sono di seguito riportate in tabella.

Sostanza secca 28 - 30%
Proteina grezza 7 - 9%
Proteina digeribile 1,5 - 2,5%
Fibra 8,1 - 9,8%
Estratti inazotati 3,5 - 4,5%
Ceneri 0,8 - 1,4%

L'insilato è il prodotto di una tecnica di conservazione del foraggio (l'insilamento) che si realizza per acidificazione della massa vegetale a opera di microrganismi anaerobi allo scopo d'impedire a microrganismi alteranti, tossici e potenzialmente tossici di proliferare all'interno della massa vegetale provocandone il consumo (perdita di valore nutritivo) e l'alterazione della salubrità.

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L'AUTORE: Patrizio Spadanuda è perito e ricercatore agrario.

Agrinotizie.com, 29/01/2014