Guerra in Medio Oriente, salgono anche i prezzi dei fertilizzanti: rischi per agricoltura e produzione alimentare

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Non solo petrolio e gas. La guerra in Medio Oriente sta spingendo verso l’alto anche i prezzi dei fertilizzanti sui mercati internazionali, con possibili effetti a catena nei prossimi mesi sulla produzione agricola mondiale e sui costi delle aziende agricole. Dall’area del Golfo Persico proviene infatti una quota decisiva della produzione globale di fertilizzanti azotati. In particolare paesi come Qatar e Iran, grazie all’abbondanza di gas naturale utilizzato nei processi industriali, assicurano circa il 45% della produzione mondiale di urea, uno degli elementi chiave per la fertilizzazione delle colture.

A seguito delle tensioni geopolitiche, dello stop alla produzione di gas in alcune aree e delle difficoltà nel commercio marittimo, il prezzo dell’urea ha registrato un’impennata nelle principali piazze delle commodities. Negli ultimi giorni le quotazioni sono salite di circa il 30%, raggiungendo i 600 dollari a tonnellata. Aumenti si registrano anche per altri fertilizzanti a base di azoto, come il nitrato di ammonio.

Uno dei punti più critici riguarda la possibile limitazione del traffico nello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio internazionale di energia e materie prime. Un eventuale blocco prolungato del transito potrebbe avere effetti significativi sulla disponibilità di fertilizzanti a livello globale.

Tra i paesi maggiormente dipendenti dalle importazioni di fertilizzanti figurano il Brasile e l’India, grandi potenze agricole che acquistano ingenti quantitativi di urea dai produttori del Golfo. Secondo un’analisi di Bloomberg, dal 2020 i paesi della regione hanno esportato circa 50 miliardi di dollari di fertilizzanti azotati. Di questi, circa 11 miliardi sono stati destinati all’India e 8 miliardi al Brasile. Quote rilevanti hanno riguardato anche gli Stati Uniti (circa 5 miliardi, in gran parte dal Qatar) e la Turchia (circa 4 miliardi). Particolarmente vulnerabili risultano inoltre alcuni paesi emergenti e in via di sviluppo come Bangladesh, Thailandia, Etiopia e Sudafrica, fortemente dipendenti dall’importazione di fertilizzanti.

L’aumento dei prezzi potrebbe avere effetti anche sulle prossime campagne agricole. Se le quotazioni dovessero restare elevate, alcuni agricoltori potrebbero ridurre l’utilizzo dei fertilizzanti, con possibili conseguenze sui livelli produttivi. Secondo Cristian Maretti, presidente di Legacoop Agroalimentare, le concimazioni attualmente in corso utilizzano prodotti acquistati in precedenza. “Le concimazioni attuali avvengono con prodotti già acquistati e quindi, se ci sono aumenti, si tratta di speculazioni. Tra una quindicina di giorni, per le semine primaverili-estive, la stima è di un aumento tra il 20 e il 30%”, spiega Maretti.

Un ulteriore aumento dei prezzi potrebbe verificarsi anche in autunno, in vista delle semine invernali. A pesare non saranno soltanto i costi delle materie prime, ma anche quelli della logistica e dei trasporti marittimi, legati alla possibilità o meno delle navi di transitare regolarmente nelle rotte commerciali.

È ancora difficile stabilire se l’aumento dei fertilizzanti si tradurrà nel breve periodo in rincari dei prodotti alimentari per i consumatori occidentali. Tuttavia, secondo le organizzazioni agricole italiane come Coldiretti, Confagricoltura e Legacoop Agroalimentare, l’effetto immediato sarà una maggiore pressione sui bilanci delle aziende agricole. Il settore primario si trova infatti già a fronteggiare il rialzo dei prezzi di benzina e gasolio, oltre all’aumento dei costi energetici. Una combinazione di fattori che potrebbe incidere sulla sostenibilità economica delle imprese agricole e sull’andamento della produzione alimentare nei prossimi mesi.

Agrinotizie


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