Aumentare le rese degli impianti a biogas

I liquami, passati da rifiuti a importante risorsa energetica, vanno trattati con adeguate tecniche per aumentare i propri guadagni.

Di biogas si continua a parlare da molto tempo: strumenti necessari per la svolta ecosostenibile che sta affrontando l’agricoltura, questi impianti hanno conosciuto una notevole crescita in Italia negli ultimi due anni. Se è ormai certo che le grandi aziende agricole possono trarre molti vantaggi utilizzando questa energia, seppure con alcune difficoltà (se ne è parlato in un’altra guida di Agrinotizie), è però anche vero che nel nostro paese vige ancora un clima di incertezza, legato soprattutto alla normativa attuale, che sta impedendo il vero e proprio boom degli impianti a biogas. Eccezione è rappresentata dalla Lombardia, prima regione italiana per numero di impianti, e tra le leader dell’intera Europa: a ottobre 2010 (ultimi dati forniti dalla Regione) erano ben 86, dei quali 31 in provincia di Cremona, 19 a Brescia, 15 a Mantova e 10 a Lodi, per la maggior parte di taglia compresa tra 100 kWh e 1 MW. Ma la notizia più sorprendente è che nei prossimi due anni sorgeranno almeno 124 nuovi impianti. Cifre che dimostrano il successo del biogas, e che potrebbero invogliare qualche azienda agricola di altre regioni italiane.

Per queste ultime, tuttavia, è bene ricordare innanzitutto l’importanza di valutare la dimensione dell’impianto più adatta alle proprie esigenze, in modo da elevare il più possibile i guadagni che il biogas può offrire (senza contare, inoltre, l’elevato valore aggiunto di cui si godrebbe in termini di prestigio, nonché l’aiuto apportato all’ambiente). E’ infatti possibile adottare una serie di tecniche che elevino l’efficienza degli impianti fino al 20% in più, a partire dalla produzione di mais destinato al digestore in aree meno vocate, tramite l’utilizzo di irrigazione a goccia e di poco fertilizzante.

Per aumentare ulteriormente la resa del mais, inoltre, esiste una tecnica recente che consiste nel disporre quattro file di piante intere alternate a due file di sole pannocchie. Ma ad essere importanti sono anche le trincee, che non devono essere troppo grandi e vanno chiuse bene e con giuste modalità di desilamento: questo perchè ogni fermentazione della biomassa che non avviene nel digestore significa una perdita di resa, e dunque di denaro. Lo stesso vale ovviamente per il letame, che non va assolutamente lasciato fermentare all’aria aperta, bensì posto nel digestore non appena viene raccolto e cumulato. Da trattare adeguatamente è anche la fibra, la quale, se sottoposta a sfibratura o masticazione meccanica prima dell’inserimento nel digestore, diventa più facilmente aggredibile dai batteri.

Più problematica risulta invece la gestione dell’energia termica che deriva dalla stessa cogenerazione, anch’essa una risorsa molto importante, ma spesso inutilizzata. Il calore prodotto, infatti, è di solito maggiore rispetto a quello di cui necessita un’azienda agricola, alla quale nella maggior parte dei casi, tuttavia, non conviene trasferirlo nei centri abitati, situati troppo lontano. Una buona soluzione per riutilizzare il calore è allora quella di indirizzarlo sul letame da essiccare, abbattendo i costi di smaltimento. Ma in questo caso entra in gioco la normativa: se è possibile che i futuri incentivi si concentreranno sulla valorizzazione dell’energia termica prodotta, è anche vero che non è facile quantificarla al pari dell’energia elettrica: l’individuazione di un criterio oggettivo sembra ancora lontana. Per adesso, tuttavia, è bene continuare a considerare il biogas come uno strumento eclettico, in grado di produrre energia, reddito e benefici ambientali.

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