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Sana 2018, il cibo del futuro è bio

Lo afferma l'organismo di certificazione CCPB a margine della fiera bolognese appena conclusa

agricoltura

Si chiude positivamente l’edizione di Sana 2018, il salone internazionale del biologico tenutosi a Bologna dal 7 al 10 settembre: crescono sia il mercato interno e l’export di prodotti biologici italiani all’estero, sia la produzione agricola. Con stand, convegni e incontri con aziende, organizzazioni, istituzioni e professionisti del settore, l'organismo di certificazione CCPB ha partecipato portando avanti i temi legati alla certificazione e alla sostenibilità ambientale in campo alimentare e non.

Così Fabrizio Piva, amministratore delegato di CCPB, ha commentato l’edizione di SANA 2018: «La crescita del biologico italiano è un fenomeno solido e di lunga prospettiva. Se i marchi storici del biologico sono ormai noti e apprezzati dal grande pubblico, anche i grandi gruppi dell’agroalimentare italiano hanno adesso le proprie linee bio. Infatti i prodotti sono largamente disponibili, per assortimento e qualità, sia nella grande distribuzione che nel canale specializzato».

Durante il Sana, CCPB ha organizzato una serie di incontri con esperti e professionisti del settore in cui sono stati affrontati diversi temi: la rilevanza della certificazione, l’importanza della sostenibilità ambientale in campo alimentare, la cosmesi biologica e naturale.

I numeri del biologico

Tutti gli indicatori sono in crescita: il bio italiano fattura 5,6 miliardi di euro l’anno, di cui 3,6 miliardi per il mercato interno e 2 miliardi per l’export. 8 consumatori italiani su 10, hanno acquistato biologico nell’ultimo anno e il 42% è frequent user.

Dati positivi non solo per la diffusione, ma anche per la produzione agricola: nel 2017 le superfici coltivate in Italia hanno superato 1,9 milioni di ettari, è bio il 15,4% della SAU italiana (superficie agricola utilizzata), mentre le aziende certificate sono quasi 76.000.

Il futuro del cibo: il bio c’è

A partire dall’affermazione e dal successo del bio come settore fondamentale per l’agroalimentare e l’economia italiana, CCBP si è spinto oltre concentrandosi sui prossimi scenari. Per questo, durante il convegno “Il futuro del cibo: il bio c’è”, CCPB ha chiesto al pubblico presente di scegliere e votare le possibili caratteristiche del cibo del futuro. Dai risultati emerge la preferenza per un cibo ovviamente biologico, ma anche “rispettoso dei diritti umani”, “coltivato usando tecnologie per l’agricoltura di precisione” e “prodotto recuperando gli scarti alimentari”.

Alcuni esperti e rappresentanti di importanti aziende hanno commentato queste previsioni. Luigi Cattivelli del Crea ha spiegato il ruolo centrale della ricerca genetica che se da un lato «deve preservare varietà e biodiversità delle specie, dall’altro deve studiare quali producono meglio, quali sono più facili da conservare e commercializzare», mentre Andrea Dama ha condiviso l’esperienza di LIPITALIA2000, un’azienda che recuperando scarti alimentari produce mangimi per gli insetti, che possono rappresentare un «contenuto altamente energetico e proteico da usare a sua volta come mangime per l’allevamento animale».

Umberto Luzzana ha portato la visione di Skretting, azienda leader in Italia per la mangimistica in acquacoltura, «l’unica strada per evitare una pesca oggi al limite della sostenibilità»: i consumi di pesce crescono, ma la quantità di pescato non può aumentare; l’acquacoltura e l’allevamento possono risolvere il problema.

Secondo Valentina Massa di Dalma Mangimi, il cambiamento climatico pone il «problema della riduzione degli impatti ambientali degli allevamenti e una migliore gestione della quantità e del tipo di suolo», mentre per Massimo Monti di Alce Nero il biologico è nato come «recupero del rapporto tra produttore agricolo e consumatore, tenendo alto sia il livello di produzioni di qualità, tradizione e innovazione, sia l’attenzione per la sostenibilità».

Renata Pascarelli, Coop Italia, ha ricordato i risultati dell’ultimo Rapporto Coop sui consumi degli italiani che «conferma l’attenzione e la disponibilità nei confronti dell’alimentazione e della cucina». Luca Ruini di Barilla ha raccontato come una «ventina di anni fa cominciammo a occuparci di sostenibilità, e a sorpresa scoprimmo che nel ciclo di vita della pasta l’impatto ambientale maggiore è quello della produzione in campo e nella cucina: perciò – ha spiegato Ruini - cerchiamo di migliorare da una parte le tecniche agricole, l’uso dei fertilizzanti, la gestione dell’acqua e delle previsioni meteo, dall’altra l’educazione alimentare».

In conclusione Carlo Alberto Pratesi, professore di Marketing, innovazione e sostenibilità all’Università Roma Tre, ha ricordato come 40 anni fa immaginassimo il cibo del 2000 sotto forma di pillole, quindi totalmente calato in una dimensione; oggi, al contrario, l’esperienza e il piacere della cucina sono aumentati, sviluppandosi in direzioni diverse e in molteplici aspetti; il problema riguarda piuttosto la disponibilità di cibo in relazione al cambiamento climatico. Un problema che per Massimo Marino di Life Cycle Engineering non è solo agricolo, ma anche culturale: dovrà quindi esserci la massima attenzione per l’educazione alimentare, e le diete, e i valori e la comunicazione legata al cibo, al suo consumo e alla sua produzione.

fonte: comunicato stampa CCPB

CCPB.it, 10/09/2018