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Semina diretta: il ritorno alla preistoria

L'ex ricercatore Marcello Fagioli ci racconta della scoperta della semina su terreno non arato

agricoltura

di Marcello Fagioli

L’uomo divenne agricoltore quando imparò a fare piccoli buchi nel terreno e a riporvi i semi. Poi qualcuno costruì una specie di aratro capace di aprire un piccolo solco superficiale. Poi furono inventati gli aratri veri, prima di legno, poi d’acciaio. E Newton e Leibniz insegnarono a calcolare le forze ed i movimenti delle zolle che si rovesciano su se stesse, coprendo di terra la vegetazione spontanea. Aumentò così, enormemente, la produzione agricola ma aumentò anche l’erosione del suolo. (per approfondire la storia dell'aratro, leggi il precedente articolo di Marcello Fagioli: clicca qui)

Nel 1964 io stavo già lavorando in una Stazione Sperimentale Agricola in Argentina, e avevo disegnato alcuni esperimenti per approfondire la conoscenza della dinamica dell’acqua nel suolo. Il disegno sperimentale comprendeva anche parcelle con colture seminate su terreno arato e non arato. Secondo quanto previsto, le piante coltivate avrebbero dovuto crescere bene nelle parcelle arate, e male in quelle non arate. Ricordo ancora la mattina quando l’incaricato del campo, con una faccia molto preoccupata, si precipitò nel mio ufficio e mi chiese:  “Dottore, come faccio io a seminare in un suolo non arato?”. Lo rassicurai spiegandogli lo scopo e la maniera di procedere e dicendogli che avremmo controllato la crescita della vegetazione spontanea mediante l’uso di prodotti chimici.

Le cose andarono, all’inizio, come avevamo previsto: le piantine nacquero stentatamente nelle parcelle non arate. Lo sviluppo della vegetazione migliorava sensibilmente man mano che aumentava la profondità della rimozione del suolo.

Alcuni professionisti, dipendenti di grandi società dedicate all’agricoltura, si mostrarono interessati a questa ricerca. Venivano a visitarmi di quando in quando ed io li guidavo sino al campo sperimentale. Non portavo con me il disegno dello stesso perché i trattamenti si potevano intuire dalla differenza in altezza della vegetazione.

Ma un giorno, dopo qualche tempo dalla semina, una volta arrivato con alcuni ospiti al campo sperimentale, non fui più in grado di distinguere le parcelle con e senza rimozione del terreno. Rimanemmo tutti molto meravigliati. Ancor più lo fui io quando ottenni i rendimenti in grano 31 corrispondenti ai diversi trattamenti. Non c’erano differenze apprezzabili tra il rendimento delle parcelle arate e non arate.

Meglio non riportare i commenti del personale della Stazione Sperimentale. Il più benevolo era quello che mi consigliava d’andare in manicomio, se credevo davvero di poter seminare in quella maniera i campi della zona. L’esperimento fu ripetuto negli anni seguenti, ma era molto difficile far accettare la filosofia di questa “nuova” e “preistorica” tecnica colturale. É naturale… dopo i millenni nei quali era stato usato l’aratro!

Ora la semina su terreno non arato è molto diffusa nella Pampa argentina e, per quanto ne so, anche in Africa e in altre parti del mondo. Si chiama “siembra directa”, “no till”, “no tillage”, “labranza cero”. Aiuta molto a risolvere il problema della conservazione del suolo, specialmente nei paesi nei quali è rimasto qualcosa da conservare. Non ha avuto molta diffusione in zone dell’Asia e dell’Europa, dove l’uso millenario dell’aratro ha causato già tutta l’erosione che era possibile provocare.

Ora si parla molto di desertificazione ed erosione. Ma non bisogna dimenticare che, quando gli spartani difendevano le Termopili, la larghezza del passaggio occupato da quei trecento eroi non era molto grande. Ora, tra un lato e l’altro del valico delle Termopili, ci sono chilometri. Questa è l’erosione.

Tratto da "Ricordi di un emigrato dei nostri tempi" di Marcello Fagioli - Riproduzione riservata

Agrinotizie.com, 21/04/2012