Il difficile mercato statunitense del vino

Il proibizionismo sembra un fatto lontano, e invece è ancora un forte freno in un mercato già complicato a causa della scarsa cultura americana nei confronti del vino.

Il mercato statunitense del vino è il più importante del mondo, con una quota di consumo del 16,1% che supera quella di Francia (15,6%) e Italia (13,9%, fonte: The Wine Institute, 2010). Per questo gli Usa sono una terra molto desiderata dai produttori vinicoli, che tuttavia devono conoscere attentamente questo mercato tanto ricco quanto particolare per riuscire a esportare i propri prodotti in tutta tranquillità.

Alla fine del 2009, il mercato statunitense del vino valeva 39,4 miliardi di dollari (di cui 22,5 al dettaglio e 16,9 alla ristorazione), con 24 mila marchi in totale, di cui solo 400 generavano affari per 5 milioni di dollari. Da questa analisi emerge il frazionamento del mercato Usa, un problema al quale viene sommato quello dell’assenza di libertà: il consumatore, infatti, non può acquistare vino al supermercato (tranne in alcuni Stati dell sud e dell’ovest) ma solo al ristorante o in enoteca, e ristoranti ed enoteche possono comprare solo da distributori domiciliati nel loro Stato, in cui l’importatore non può dunque vendere direttamente a consumatori, ristoranti ed enoteche. Qualcuno può pensare di aggirare l’ostacolo tramite il web, ma verrà subito a sapere che anche la vendita su internet è problematica, a causa di una legislazione incerta ma senza dubbio restrittiva, dato che le vendite online sono permesse solo in alcuni Stati, e solo alle enoteche.

Si può dire, insomma, che il mercato statunitense del vino presenta ancora le influenze del proibizionismo degli anni Venti, quando produzione e consumo di alcolici erano vietati dalla costituzione. Tali leggi furono cambiate in seguito, ma rimasero comunque molto severe come sono oggi. I problemi nascono inoltre dal fatto che ogni Stato ha le proprie regole, e dunque non esiste un mercato statunitense del vino, ma ne esistono cinquanta, tanti quanto gli Stati. Ad esempio, gli Stati con il monopolio sono 18 per i superalcolici e 5 per il vino (Mississippi, Pennsilvanya, Utah, New Hampshire e Wyoming), mentre quelli in cui non si può cambiare distributore senza prima ottenere il permesso sono ben 26. Tuttavia, ovunque i prezzi del vino sono parecchio alti, dato che la catena distributiva composta da tre passaggi (cantina/importatore, distributore, ristorazione) e con notevoli costi di trasporto e tasse fa arrivare al consumatore un vino che costa almeno quattro volte il prezzo di partenza. E per i vini provenienti dall’Unione Europea i rialzi aumentano con la debolezza del dollaro nei confronti dell’euro. Sconti, ovviamente, non se ne possono fare più di tanti, dato che sono limitati per legge e richiedono un permesso preventivo (il tutto per limitare il consumo di vino).

Insomma, è facile immaginare come la distribuzione del vino sia un’attività che negli Stati Uniti farebbe sudare chiunque. Tant’è vero che, seppure gli Stati Uniti siano visti come un el dorado dagli esportatori di vino, il 70% dei consumi in Usa riguarda vino statunitense, anche perchè gli Stati Uniti sono il quarto produttore mondiale dopo Italia, Francia e Spagna. Ad incoraggiare è però il dato sulle importazioni di vino, che dal 1990 al 2007 sono raddoppiate (anche se nel 2008-2010 sono lievemente calate a causa della crisi economica).

A diminuire notevolmente, invece, sono stati i distributori, che dai 7000 del 1990 sono rimasti in 700 nel 2010, mentre i fornitori sono rimasti sempre circa un milione, e ristoranti ed enoteche da 55 mila sono arrivati a 400 mila. I distributori rappresentano dunque un collo di bottiglia che frena lo sviluppo del già difficile mercato Usa del vino. I cinque maggiori distributori statunitensi (Southern W&S, Rndc, Charmer Sunbelt, Glazer’s, Young’s) nel 2003 avevano una quota di mercato del 37%, mentre oggi hanno raggiunto il 48%, assumendo dimensioni sempre più grandi e ingestibili, ma soprattutto poco concentrate nel vino, di cui gli statunitensi hanno notoriamente scarsa cultura, e più orientate a birra e superalcolici. In una situazione del genere, insomma, un eccellente vino italiano farebbe molta fatica ad affermarsi, e non sarebbe comunque adeguatamente apprezzato. Gli unici prodotti italiani che sono un minimo conosciuti in Usa, per ora, sono il Sangiovese e la Falanghina.

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