Le difficolta’ della suinicoltura italiana

I prezzi calano ma le macellazioni aumentano, e la crisi dei produttori nazionali non accenna a smettere. Ma non è facile uscire dal sistema che ha portato a queste peculiarità.

Per la suinicoltura italiana, il 2010 è stato l’ennesimo anno di una crisi dalla quale non si riesce più a uscire, nonostante il lieve incremento dei prezzi avvenuto nella prima parte del 2011. Tutto ciò è dovuto ad alcune caratteristiche che rendono il sistema suinicolo italiano unico nel mondo: prima di tutto, la nostra filiera è tutta concentrata sull’allevamento dei suini pesanti, al fine di produrre i prosciutti crudi dop che fanno da traino per la domanda di carne suina nazionale. E così, solitamente i suini italiani sono portati a 160 kg di peso vivo, al contrario dei 120 kg in Germania o dei 107 in Danimarca, due dei nostri paesi concorrenti.

Se una volta questi sforzi assicuravano comunque un alto reddito per i produttori italiani, oggi le difficoltà sono molte: produrre un chilogrammo di carne suina costa in Italia 1,73 euro, ovvero il 9% in più rispetto alla Germania e addirittura il 22% in più rispetto alla Danimarca (fonte: rapporto Crefis 2010 sul mercato delle carni suine). A costare maggiormente è l’alimentazione: tra i 7 e i 9 mesi di vita, ovvero quando il suino viene portato da 110 a 160 kg di peso vivo, i consumi dell’animale raddoppiano. L’anomalo parametro del peso vivo è dunque una prima, importante caratteristica che grava sulle spalle dei produttori italiani.

Ma ad alimentare le difficoltà c’è anche il rigido sistema produttivo nazionale, che al variare dei prezzi impedisce il variare dell’offerta di carne. Se le quotazioni calano, dunque, le macellazioni rimangono elevate, e ovviamente vanno a costituire un danno. Analizzando ad esempio i dati relativi al 2010, si può scoprire come, a fronte di un calo delle quotazioni, le macellazioni siano comunque aumentate del 2,8% rispetto al 2009. Questa, tuttavia, è una caratteristica esistente nell’intera Europa a 27: ovunque gli allevatori vedono diminuire il loro potere contrattuale, in quanto i prezzi calano ma le macellazioni aumentano (+8,3% in Polonia, +5,2% in Danimarca, + 4,3% in Belgio, +3,5% in Germania, tanto per citare gli incrementi più consistenti).

Ma perchè si continuano a produrre così tanti suini? I motivi sono due: da una parte, l’allevatore è costretto a mantenere alta la sua produzione al fine di assicurare il pieno funzionamento dell’allevamento durante tutto l’anno (e dunque di recuperare gli investimenti con la grande produzione); dall’altra, il settore suinicolo italiano risulta incapace di controllare o coordinare la propria offerta. E’ vero che questa è una peculiarità di tutti gli agricoltori nazionali, ed è vero che non esistono strumenti legali per effettuare azioni del genere, ma è indubbio che un maggiore coordinamento da parte dei produttori potrebbe risollevare la situazione.

Ma anche se si riuscisse ad uscire da tutti questi problemi, i produttori italiani dovrebbero comunque fare i conti con la crisi economica, che ha portato i consumatori a preferire i prosciutti d’importazione a basso costo. E così l’offerta italiana, di maggiore qualità ma anche di maggiore prezzo, ne ha risentito negativamente, e non ha nemmeno potuto contare sull’aiuto delle banche. Queste ultime, se sono sempre meno propense a cedere prestiti con garanzie immobiliari, sono invece sempre più orientate sulla valutazione della capacità di generare reddito. Stiamo parlando dei cosiddetti "contratti soccida", nei quali molti allevatori in difficoltà cascano: a maggiori certezze economiche, infatti, subentrano le maggiori difficoltà di mantenere attivo il proprio patrimonio di capacità imprenditoriale, cancellato dal coordinamento verticale proposto dalle banche in questione.

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