L’Ue contro il deficit di colture proteiche

Il Parlamento europeo incita la Commissione a favorire, nella prossima Pac, le coltivazioni di piante proteiche tramite sostegni mirati.

Facciamo un’ipotesi: una patologia sconosciuta colpisce e distrugge in pochi mesi le coltivazioni americane di soia. Ora pensiamo alle conseguenze: in Europa non ci sarebbero più mangimi per gli animali da allevamento. Lo scenario è di sicuro apocalittico, ma rende bene l’idea sul deficit proteico che caratterizza l’Europa, e che costituisce un grosso rischio che pesa sulle spalle degli allevatori.

La questione è annosa, ma è tornata a caratterizzare il dibattito agricolo europeo lo scorso 8 marzo, quando cioè il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sul deficit proteico, che tra le altre cose impone alla Commissione europea per l’agricoltura di introdurre nella riforma della pac alcune misure per aiutare gli agricoltori a migliorare i sistemi di rotazione delle colture, in modo di diminuire da una parte il deficit di proteine vegetali, e dall’altra la volatilità dei prezzi. Questo perché, secondo le stime dell’Ue, la superficie minima garantita di piante proteiche, che ammonta a 1,6 milioni di ettari nei 25 Stati membri, per l’annata 2010/2011 non sarà rispettata (gli esperti parlano di appena 1,3 milioni di ettari, che sono comunque aumentati del 22% in un anno). Con queste cifre, l’Unione Europea riesce a coprire appena il 30% del fabbisogno totale di proteine vegetali: il resto, che consiste in 42 milioni di tonnellate, è importato da Stati Uniti, Brasile e Argentina.

Ma perché in Europa solo il 3% delle superfici agricole è coltivata a foraggio? La colpa è della politica post bellica, che si è concentrata sull’autosufficienza alimentare europea, eccedendo dunque nella produzione di latte e derivati, cereali e zucchero (che poi venivano utilizzati per le esportazioni). Quando poi l’Ue entrò nel mercato mondiale agricolo, gli Stati Uniti avviarono contro di essa una procedura di infrazione presentata al Gatt (antenato del Wto), lamentando il regime di sostegno ai produttori di cereali, semi oleosi e piante proteiche, che a detta degli Usa era contro i principi del libero mercato. Siamo nel 1988, e dal conflitto si esce solo quattro anni dopo grazie all’accordo Blair House, che permetteva all’Ue di produrre grandi quantitativi di cereali, e agli Stati Uniti di esportare senza alcun dazio soia, legumi e altre colture proteiche.

Questa scelta ha ovviamente provocato la dipendenza europea dalle importazioni di proteine vegetali, generando due problematiche: la contrarietà degli allevatori europei alle oscillazioni dei prezzi delle colture proteiche e la mancanza di qualità dei prodotti americani importati, i quali non devono rispettare alcun criterio sanitario e simili. Per non parlare del tema ogm, ampiamente approvato e adottato in America e dunque esportato anche in Europa, dove però ci sono leggi e mentalità differenti.

Per uscire da questa lunga storia di dipendenza e diventare autosufficiente, il Parlamento europeo ha deciso dunque di favorire l’incremento delle colture proteiche, in particolare autorizzando un prelievo sugli aiuti del primo pilastro della Pac per incentivare i sistemi che necessitano di particolari sostegni. La Francia ha già preso al volo questa occasione, sbloccando 40 milioni di euro e destinandoli al sostegno delle colture proteiche: in questo modo, la produzione è già aumentata del 59% rispetto al 2009. Figuriamoci allora quando tutte le misure del Parlamento europeo verranno adottate.

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