Occhio al falso bio

Il fenomeno del green washing per sfruttare la moda dell\'ecosostenibilità

Il fenomeno si chiama "green washing", e consiste nell’appropriazione ingiustificata di virtù ambientaliste da parte delle aziende e delle organizzazioni, che vogliono creare un’immagine positiva di loro stesse cavalcando la moda dell’ecosostenibile, oggi molto in voga. In pratica, il green washing consiste nell’inserire sulle etichette informazioni incorrette o incomplete. Se è vero, infatti, che il 31% dei consumatori tiene conto dell’impatto ambientale dei prodotti acquistati, come ha dichiarato Marco Mandelli (Lavazza) in un convegno estivo sull’agricoltura sostenibile tenutosi a Piacenza, per le aziende risulta conveniente influenzare l’acquisto offrendo di sé un’immagine "ecocompatibile".

In paesi come la Francia il fenomeno del green washing è particolarmente accentuato, dato che una catena di supermercati riporta negli scontrini la somma dei chilogrammi di Co2 immessa nell’atmosfera dai prodotti acquistati dal cliente. Ma questo è un dato falsato, dato che le somme risultano sempre particolarmente basse grazie all’energia nucleare, molto sviluppata in Francia: non a caso, altri parametri ambientali più importanti non sono riportati negli scontrini. Gli indicatori di impatto ambientale, ad esempio, solo nell’1% dei casi tengono conto dell’imballaggio del prodotto, che in realtà è il problema ambientale maggiore, anche perchè esso va a costituire un rifiuto.

Nello stesso convegno piacentino il manager di Barilla, Luca Ruini, ha inoltre aggiunto come nel caso del grano duro il più pesante impatto ambientale sia causato dalla cottura del prodotto, effettuata dall’utilizzatore finale e dunque mai conteggiata nei calcoli. Se nel campo della coltivazione esistono ormai tecniche di sempre minore impatto ambientale, lo stesso non può dirsi per la cucina. Occorre dunque fare particolare attenzione alle aziende che incentrano la loro immagine sull’ecosostenibilità, in quanto potrebbero semplicemente compiere il "reato" di green washing. E’ il caso dei prodotti a chilometro zero, che spesso non sono sostenibili come si crede: ad incidere sull’ambiente non sono infatti i trasporti della merce, ma anche quello dell’acqua. I vegetali che necessitano di un’elevata quantità di acqua, ma che sono coltivati in zone dalla scarsa riserva idrica, sono dunque di alto impatto ambientale anche se venduti vicino alla zona di produzione.

Negli Stati Uniti, però, si stanno già adottando misure molto restrittive contro chi lancia falsi messaggi ambientalisti o propone un marchio che di bio- ed eco- ha poco o nulla. In seguito ad un’indagine mondiale dell’ente americano Ecolabel Index, che ha preso nota di ben 349 tipologie di etichette "verdi" presenti nei prodotti di consumo di massa, senza che nessuno ne attestasse la veridicità, l’authority americana per la tutela del consumatore Federal Trade Commission (Ftc) ha lanciato battaglia, promettendo di stendere delle linee guida che indichino regole precise e sanzioni contro chi spaccia il proprio prodotto per ecosostenibile. Troppo spesso, infatti, sono dotati di marchio "eco-friendly" non solo frutta e verdura, ma anche dentifrici e carta igienica.

Tutti i bollini ingiustificati saranno eliminati, ha promesso la Ftc, che ridurrà notevolmente le pubblicità che contengono frasi ambientaliste (e che attualmente ammontano al 10% del totale). Scopo dell’authority è infatti di dare al consumatore il diritto di una certificazione autorevole che attesti che il prodotto acquistato rispetta veramente determinati canoni di rispetto verso l’ambiente. Ad esempio, perchè un prodotto possa definirsi biodegradabile, bisognerà che esso si decomponga nell’ambiente nel giro di un anno. La Ftc sembra voler fare sul serio: sono già partite le prime indagini verso le catene di supermercati americani K-Mart, Tender e Dyna, in attesa di colpire aziende ben più grosse come la Apple. I grandi marchi stanno già tremando: i consumatori potranno infatti costituirsi parte civile nei processi.

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